Tra valigie, accenti diversi e un’unica maglia: l’azzurro. Dalle storie di chi si chiama Reggiani fino ai nuovi orizzonti di Koleosho e Dagasso, l’Italia del calcio ritrova un amore antico che parla al futuro. E in mezzo c’è uno sguardo: quello di Gigio, colpito da un’energia che promette bene.
A Coverciano l’aria è cambiata. Non solo perché l’estate spinge, ma perché ragazzi nuovi entrano in campo con passi svelti e occhi dritti. Gigio Donnarumma guarda, ascolta, incoraggia. A venticinque anni, più di sessanta presenze in Nazionale maggiore e un Euro 2020 vinto da protagonista, riconosce subito quando c’è sostanza. “Mi hanno impressionato”, filtra. Non serve altro.
Dall’altra parte, il ct Baldini – guida di un gruppo giovanile azzurro – non si nasconde: con Lussemburgo e Grecia si può “ben figurare”. Sono test concreti, non sfilate. Chi conosce queste gare sa che chiedono compattezza, dettagli, fame. È lì che capisci se l’azzurro è un colore o una scelta.
Storie di scelta: chi dice sì all’azzurro
Il filo rosso è l’appartenenza. C’è chi lo sente a casa, e chi lo scopre lontano, magari al telefono con i nonni. Il cognome Reggiani – più d’un giocatore in giro per l’Italia porta quel nome – evoca province, campi sintetici, pullmini la domenica mattina. Storie normali, eppure necessarie: da lì parte ancora oggi gran parte del nostro talento.
Poi ci sono i percorsi che aprono mappe diverse. Koleosho, ala moderna, è cresciuto tra Stati Uniti ed Europa, ha assaggiato la Serie A spagnola e la Premier League inglese. Nel 2022 ha risposto alle giovanili azzurre: un segnale, non un tatuaggio, ma pur sempre un sì. Dati pubblici raccontano di dribbling rapidi e minuti veri in Inghilterra prima dell’infortunio che lo ha fermato: quando sta bene, cambia ritmo a una partita.
Su Dagasso, nome che rimbalza tra scout e taccuini, le informazioni verificate sono poche: profilo giovane, passaporto italiano, percorso all’estero. Se resterà suggestione o diventerà convocazione, lo diranno calendari e comunicati. Intanto, la tendenza è chiara: la rete del cosiddetto “Club Italia” batte piste globali, senza perdere di vista quello che conta davvero – la compatibilità tecnica e la voglia di abbracciare un’identità.
Prove generali con Lussemburgo e Grecia
Le sfide con Lussemburgo e Grecia servono anche a questo: misurare il carattere, non soltanto i piedi. Il ct Baldini lo sa. In gare così, vinci se domini i fondamentali. Pressing corto, transizioni pulite, calci piazzati curati. Numeri semplici: meno palle perse, più duelli vinti, tiri nello specchio. E soprattutto una qualità che non si allena nei coni: la lucidità negli ultimi trenta metri.
In questa cornice, l’amore per l’Italia torna asse portante. Non è nostalgia, è prospettiva. Gli “oriundi” di ieri – da Sivori ad Altafini fino a Camoranesi – hanno insegnato che le radici sanno allargarsi senza spezzarsi. Oggi, tra ragazzi come Koleosho e profili emergenti come Dagasso, l’azzurro può essere una casa che si sceglie, non solo che si eredita. Vale per chi arriva da lontano e per chi si chiama Reggiani e rincorre un sogno a due ore da casa.
Quando Gigio Donnarumma dice di essere impressionato, non parla solo di parate. Parla di attitudine. Di spalle dritte in fila all’inno. Di una lingua comune che nasce nel passaggio semplice fatto bene. Lì, forse, c’è già la risposta che cercavamo: non se vinceremo domani, ma se saremo riconoscibili. E tu, la prima volta che hai indossato una maglia – qualunque fosse – hai sentito anche tu quel piccolo brivido di appartenenza che ti cambia il passo?