Un uomo di panchina che scava nella memoria. Delio Rossi torna a raccontarsi: un patto di acqua gelida al Fontanone, caratteri che si urtano e poi si stimano, un ritorno a casa per debito d’affetto. In mezzo, il calcio che non perdona e che, ogni tanto, sa ancora abbracciare.
C’è un filo teso che lega il passato alla cronaca. Lo tira con calma Delio Rossi, tecnico che ha attraversato il calcio italiano senza cambiare pelle. Parla poco, sceglie i verbi giusti. Oggi guarda indietro e stringe tre immagini: Di Canio, Ljajic, il tuffo al Fontanone. E poi il presente: il ritorno a Foggia, la città che gli ha dato un mestiere e un accento.
Con Paolo Di Canio la linea è netta. Due personalità forti nella Lazio della metà anni Duemila. Rossi lo ha allenato nel 2005-06, quando la panchina biancoceleste chiedeva disciplina e cuore. Dice che con i leader si parla guardandoli negli occhi. Che le regole servono, ma che lo spogliatoio lo governi se conosci le persone. E Di Canio, in questo, è lezione vivente: carattere scomodo e trascinante. Un calciatore che ti costringe alla chiarezza.
Su Adem Ljajic, invece, resta una scia amara. Fiorentina, maggio 2012. Un cambio anticipato, un applauso sarcastico, la miccia che accende un gesto sbagliato. Rossi non cerca scuse: ammette l’errore, ricorda la sanzione immediata e l’esonero nella stessa sera. I fatti sono noti e verificabili, i segni pure. È uno di quei momenti che ti inchiodano all’immagine peggiore di te. Lui lo sa, e lo dice senza giri di parole.
Il patto del Fontanone
Arriva a metà discorso, come un fotogramma che non ingiallisce. La Coppa Italia 2009 vinta con la Lazio ai rigori contro la Sampdoria. Una Roma in festa, il Gianicolo che chiama. Rossi ricorda la promessa fatta a Suor Paola, volto popolare del tifo biancoceleste: “Se vinciamo, mi tuffo”. Lo fa davvero, nell’acqua della Fontana dell’Acqua Paola, il celebre Fontanone. Racconta che doveva buttarsi anche lei, che invece lo lasciò solo. Sorride. In quella scena c’è la sua idea di calcio: prendersi le responsabilità e, quando serve, restare l’ultimo in campo.
Foggia, un ritorno che pesa
Quando dice “sono tornato per ridare qualcosa al territorio”, Foggia non è solo una tappa. È un cerchio. Rossi lì ha lavorato da giovane e lì è rientrato da tecnico esperto. Nel 2023 ha riportato la squadra fino alla finale dei playoff di Serie C. Non è finita come sognava, ma la traiettoria è chiara: infrastruttura tecnica, lavoro quotidiano, giocatori valorizzati. È il suo modo di restituire: lasciare il posto un po’ migliore di come l’ha trovato. Per chi tifa e per chi cresce.
Resta una scheggia: la lite con Nicolás Burdisso. Episodio caldo, nato a bordo campo e mai del tutto pacificato nella memoria pubblica. Rossi oggi lo mette tra i rimpianti. Non entra nei dettagli, che non sono mai stati chiariti in modo univoco. Dice soltanto che certe tensioni andavano spente prima. Che la lite è un fallimento doppio: per chi la provoca e per chi non la disinnesca.
Il calcio, però, non vive di solenni assoluzioni. Vive di gesti. Alcuni restano sulle spalle, altri ti lavano via come quell’acqua fredda del Gianicolo. Forse è questo che ci piace di un allenatore così: non la perfezione, ma la disponibilità a esporsi. A volte è un tuffo nella vasca di una città; altre è una carezza tardiva data a un ragazzo che hai capito troppo tardi. E allora viene da chiedersi: se oggi passassimo al Fontanone, vedremmo ancora le onde di quel salto? O le riconosceremmo solo dentro di noi, quando scegliamo da che parte stare?