Torino guarda e sospira: la stagione della Juve scorre tra promesse mancate e decisioni che pesano. In mezzo c’è la regia di Comolli, un quadro di mercato nervoso e pieno di strappi, che ha lasciato più domande che risposte.
C’è un momento in cui capisci che qualcosa s’è inceppato. Lo vedi nei minuti di chi non gioca, negli incastri saltati, nelle facce tese a bordocampo. La Juve ci è finita dentro a tutta velocità.

Di fatto, dei nuovi arrivi non ha brillato nessuno. Un caso simbolo: Joao Mario. Sei mesi scarsi a Torino, poi il passaggio al Bologna nello scambio con Holm. Risultato? Holm si è già fermato per un infortunio breve ma fastidioso, e Kalulu resta senza un vero vice. Sembra poco, ma sono dettagli che si sommano e, alla lunga, fanno classifica.
Sul retroscena c’è un nodo mai sciolto: secondo ricostruzioni di mercato non confermate dai club, la scelta su Joao Mario avrebbe incrinato presto i rapporti tra Tudor e Comolli. L’allenatore non avrebbe ceduto il laterale dopo il buon Mondiale per Club; il dirigente ha invece forzato la mano per sbloccare un’altra operazione collegata. Qui i contorni restano sfumati: niente note ufficiali, solo tracce.
Mercato in attacco: il nodo irrisolto
Il cuore del problema è davanti. Qui la Juve ha davvero pasticciato. Comolli, rimasto a guidare il mercato estivo in prima persona con una ristretta rete di intermediari, ha portato a termine David sulla scia dell’impostazione di Giuntoli, ma ha mancato gli obiettivi più sensibili: cedere Vlahovic e riportare sotto la Mole Kolo Muani.
Con il PSG, i contatti sono arrivati fino alla penultima giornata di trattative; poi la virata su Openda (cifre circolate: operazione complessiva attorno ai 44 milioni, ingaggio più leggero rispetto agli 8 netti chiesti dal francese; dati non ufficiali). Eppure il campo ha detto altro: con Tudor prima e con Spalletti poi, Openda è rimasto una riserva. Uno spreco di energia e risorse.
Intanto Vlahovic è rimasto, ultimo anno di contratto, un paio di segnali alti al cambio in panchina e poi lo stop. Rientro previsto a marzo. Se la Champions slitta agli spareggi senza esito, la sensazione è che sarà tardi. A gennaio, Spalletti ha aspettato un “9” fino alla sirena: Ottolini ha fatto e disfatto valigie, ma è tornato a mani vuote. Alla fine, Comolli ha stretto per Boga: un vice per Yildiz, più che una svolta.
Gli altri dossier che pesano
Il resto non illumina. Zhegrova è arrivato da colpo d’ultima ora, minuti col contagocce, poi un nuovo stop proprio quando serviva il salto. Le notizie dall’estero sono un’altalena: per un esterno argentino come Nico Gonzalez le condizioni d’obbligo di riscatto restano lontane (nessun annuncio ufficiale); Douglas Luiz è rientrato dal prestito e prova a riaffermarsi all’Aston Villa, ipotesi acquisto a fine stagione ma oggi senza garanzie. Tradotto: investimenti ancora scoperti.
Capitolo “in crescita ma non basta”: Kelly alterna buone uscite e pause, Koop si è rivisto tra i titolari solo di recente, Di Gregorio è finito nel ciclone dopo un paio di errori pesanti. Sono fatti, non impressioni. E insieme compongono il quadro: tante scelte, poca resa.
Forse è qui che nasce l’accusa a Comolli: non nell’idea singola, ma nel filo che le tiene insieme. Una trama senza continuità, che costringe la squadra a vivere alla giornata. La Juve ha ancora tempo per cambiare umore, sì. Ma la domanda è un’altra: chi, dentro questo rumore di fondo, avrà il coraggio di rimettere ordine e prendersi il rischio della prossima mossa?





